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2. La paura della proliferazione delle armi nucleari, con il pericolo che una di esse finisca nelle mani di qualche pazzo è giustificata, ma è indirizzata esclusivamente verso i paesi islamici del Medio Oriente, oppure verso qualcuno dell’Estremo Oriente. Si semina il panico sulle minacciose intenzioni di paesi che nel passato avrebbero voluto le armi nucleari, ma non ci sono neppure arrivati vicino, come Libia e Iraq, o su paesi che oggi vorrebbero, ma che non hanno, gli ordigni nucleari, come Iran e Siria. Si tace, o mentisce, invece su Israele, che ha già un centinaio di testate atomiche procurate in barba a tutte le raccomandazioni e le convenzioni sulla non proliferazione: un paese che da tempo ha oltrepassato la soglia della legittima difesa, che è in guerra con quasi tutti i vicini e che ha entusiasticamente abbracciato la teoria della guerra preventiva nel tentativo di frenare le proprie paure. Ci si dimentica della dolosa trascuratezza internazionale che ha portato la Corea del Nord ad avere missili e, forse, capacità nucleare, così come si è accettato e permesso che India e Pakistan si dotassero di armi nucleari proprio mentre erano in guerra e quindi più vicini e determinati al loro uso. Si tace sul fatto che proprio al Pakistan è stato permesso di diventare stato proliferatore e contrabbandiere di tecnologia nucleare con la connivenza di coloro che lo sapevano come Stati Uniti, Europa, Unione Sovietica, Cina, praticamente tutto il mondo. Esiste dunque, in questa manutenzione della paura, uno sbilanciamento: alcune cose vengono enfatizzate, altre vengono tenute nascoste.
Altre paure nascono dalla vulnerabilità delle linee di comunicazione, dai conflitti, dal bisogno di petrolio e gas e dal terrorismo Islamico. Tutti questi elementi vengono sommati irrazionalmente, in modo che non inducano ad interrogarsi sulle origini dei problemi e sui modi pacifici per risolverli, ma che tendano ad esasperarli dando la percezione di vivere in un mondo pieno di costanti e drammatiche minacce alla civiltà, allo stile di vita e alla stessa sopravvivenza umana.
3. Un’altra paura nasce dalla constatazione di essere inseriti in un sistema di traffici illeciti.
In un documento, diramato dalla CIA, vengono indicati i flussi dei traffici illeciti di droga, esseri umani, immigrazione clandestina, etc. Come potete vedere tutti questi traffici convergono in alcune aree, che ho denominato "mediterranei" perché in realtà sono "mari interni" in senso geografico o in senso metaforico.
Uno è il mediterraneo americano - del Golfo del Messico.
Uno è il mediterraneo - europeo - appunto il "Mare Nostrum".
Uno è il mediterraneo cinese - del mare meridionale cinese.
Uno è il "mediterraneo" della Nigeria - che con il suo vasto golfo sta emergendo come confluenza di traffici illeciti sovrapposti a quelli delle risorse energetiche. E infine c’è uno strano mediterraneo che è fatto di terra: è il centro Asia, che fa perno sull’Afghanistan e dal quale parte un flusso infinito di droga. Anche in questo caso non si vogliono affrontare seriamente i problemi già difficili dei traffici, ma con la paura si cerca di renderli irrisolvibili.
4. C’è infine una situazione generale molto importante che porta ad inasprire la paura collettiva: viviamo in mezzo a stati in via di fallimento o addirittura già falliti. Questa mappa della rivista Foreign Policy mostra una realtà molto preoccupante: le aree in rosso sono gli Stati falliti, stati che si sono costituiti ma, che per mille problemi di sicurezza, ma soprattutto di economia e di sostentamento non sono riusciti a superare le difficoltà. Le aree rappresentate con i colori dall’arancione fino al giallo sono paesi potenzialmente in via di fallimento, L’interpretazione che normalmente si fa di questa situazione è che i paesi falliti e in via di fallimento siano delle minacce per i paesi occidentali, evoluti e democratici rappresentati dalle aree grigie. Qualcuno pensa di sfruttare la legittima preoccupazione internazionale trasformandola in paranoia costringendoci ad erigere dei muri e stendere reticolati, oppure installando avamposti militari come nel "deserto dei Tartari".
Non si è ancora pensato che con la separazione aumenta la disparità e che è proprio questa a fornire ai paesi in via di fallimento la potenzialità e la capacità di risucchiarci tutti nel fallimento. Non è ancora venuto in mente a nessuno che, probabilmente, la soluzione non è quella di costruire barriere, ma quella di accettare che tali paesi partecipino alla produzione e alla condivisione della ricchezza. E forse si potrebbe allentare la minaccia manifestando solidarietà.
5. La rappresentazione complessiva di queste minacce dimostra che non ci troviamo di fronte a fenomeni semplici e lineari affrontabili con un solo strumento anche se potente come quello militare. Ci sono
sovrapposizioni e ambiguità che rendono inefficace qualsiasi approccio diretto o semplicistico. Prendete per esempio, la sovrapposizione tra sviluppo e speculazione che chi tra di voi è stato volontario nelle aree di crisi ha potuto facilmente constatare. Sapete benissimo quante volte gli aiuti umanitari si sono confusi con la speculazione e come gli interventi umanitari abbiano perduto di credibilità anche quando erano mossi da buone intenzioni, proprio perché diventavano strumenti di speculazione.
La sovrapposizione è la vera sfida che deve affrontare il mondo intero anche nel campo della sicurezza. La minaccia vera non viene da qualcuno che ti spara contro, ma è quella che proviene dalle sovrapposizioni tra legalità e illegalità, politica e criminalità, interesse pubblico e privato. Così la soluzione non sta nella eliminazione fisica di un avversario o di un terrorista, ma nella individuazione e nella eliminazione delle sovrapposizioni che lo legano alla politica, agli interessi, alla speculazione e all’oppressione. Soltanto così si può riuscire ad intervenire prima che le minacce e la paura non ci risucchino tutti quanti nel grande imbuto della disperazione.
6. Più Soft Power
Per individuare le sovrapposizioni e isolare le minacce sono necessari strumenti sofisticati e diversificati. Ma prima di tutto ci vorrebbe più SOFT POWER, cioè qualche cosa di meno appariscente, ma più intelligente. Ci vuole più conoscenza, più informazioni, più Intelligence. Vuol dire che prima dobbiamo sapere e, dopo che abbiamo saputo e capito, intervenire con gli strumenti più adeguati. Non alla rovescia, agendo al buio con la sola forza. Ci vuole più controllo dei rischi e del territorio, ma ci devono essere anche gli strumenti per esercitare il controllo democratico nei confronti dei governi e delle organizzazioni internazionali. Ci deve essere più cooperazione internazionale; questo è il SOFT Power ed è necessario per aumentare l’interdipendenza. Se qualcuno crede di essere indipendente, autonomo, e si arroga il diritto di fare qualsiasi cosa da solo, allora può pensare di essere staccato da tutto il resto e di poter ignorare le conseguenze delle proprie azioni. In questo caso anche l’aiuto dato agli altri rimane un atto isolato. Se invece si comincia a pensare che anche la solidarietà è uno strumento per raggiungere l’interdipendenza, e che il nostro bene dipende anche dal bene fatto agli altri e dagli altri, allora le stesse barriere culturali si eliminano o diventano molto meno significative.
7. L'Hard Power
Di fronte a queste sfide complesse la risposta data fino ad oggi da quasi tutti gli stati e le organizzazioni internazionali è stata invece, quasi esclusivamente, di HARD POWER, ovvero di potenza militare. In particolare è stata la risposta prescelta dalla nazione più potente al mondo che è anche quella più impaurita e non senza giustificazioni. Le minacce non sono state inventate, ma è stata senz’altro inventata l’enfasi con la quale coniugare le minacce o l’ansia con la quale sì è cercato di risolvere tutti i problemi con un solo sistema. Galbraith diceva: "se tutto quello che hai è un martello tutto quello che vedi è un chiodo". Gli Stati Uniti, come altri paesi, hanno risposto quasi esclusivamente in maniera militare. Non hanno voluto individuare le sovrapposizioni e si sono limitati alle sole manifestazioni superficiali delle minacce lasciando che esse sollecitassero le emozioni e quindi la paura.
La grande organizzazione degli Stati Uniti, calibrata sulle esigenze della guerra fredda, sulla minaccia nucleare e sullo scontro dei blocchi ha aiutato questo atteggiamento ed ha reso lo strumento militare l’unico ad essere disponibile in qualsiasi situazione nonostante non fosse quasi mai il più adeguato. Ci sono 5 comandi unificati americani che si sono divisi il mondo in cinque grandi aree di competenza, Ogni comando comprende basi militari ed ha alle dirette dipendenze delle forze per intervenire. Ogni comando è affidato ad un generale o un ammiraglio a quattro stelle che ogni mattina, da quando è finita la seconda guerra mondiale si sente esporre i problemi e gli incidenti avvenuti nella sua Area di Responsabilità. Sono eventi attinenti alla sicurezza, ma anche alla vita politica e alla situazione economica e sociale delle decine di nazioni comprese nel suo territorio. Un territorio che nel caso del comando europeo (USEUCOM) si estende dal Nord Europa fino a tutta l’Africa.
8. Le Basi americane
Le basi militari sono perciò dislocate in tutto il mondo tranne che in Cina, ancora per poco. E non sono convinto che non ce ne siano anche in Russia. Il comando statunitense in Europa "USEUCOM" ha un’area di responsabilità che copre più di 21 milioni di miglia quadrate. Vuol dire che in questa area di responsabilità sono inclusi oltre 90 paesi, e molti altri territori, oltre ad essi, sono considerati parti dell’area di interesse. L’area di responsabilità è quella diretta, l’area di interesse è un’altra molto più grande e in genere si sovrappone alle aree di responsabilità di altri comandi laterali.
Questo generale a quattro stelle ogni mattina si sente fare un briefing da uno come me che gli racconta tutti gli avvenimenti della sua area, tutto quello che è successo in questi 90 paesi. Ma chi dice a questo generale di preoccuparsi? Chi giudica se quanto avviene rientra nella competenza del generale? Chi sollecita le sue paure? Nel caso del Dal Molin, c’è chi avverte il generale che a Vicenza c’è un gruppo di persone che non vuole la base americana? Che logica segue il generale nel valutare la fondatezza o la pericolosità delle proteste? Il fatto è che il sistema militare americano ha assunto, per conto proprio, senza nessun mandato internazionale e per i soli interessi degli Stati Uniti, la responsabilità del mondo. E non è simbolica, è una responsabilità reale; perché poi a questi comandanti vengono assegnate unità e armi con le quali, se vogliono e se lo ritengono necessario, possono intervenire con la forza, Questi comandanti militari sono l’espressione concreta dell’Hard Power.
Le basi americane appartengono alle varie componenti: alla Marina, alle forze strategiche e nucleari, all’Aeronautica e all’Esercito. In Europa le basi dell’Esercito riflettono le esigenze del dopoguerra e infatti sono concentrate quasi esclusivamente in Germania. In Italia ci sono soltanto due basi:questa di Vicenza e quella di Livorno. Il crollo dell’Unione Sovietica ha fatto ridurre il numero di basi in modo significativo, ma il previsto spostamento delle basi a ridosso della Russia, nonostante la propaganda e la voglia di ritorno alla guerra fredda, non è ancora avvenuto. Gli Stati Uniti hanno cercato di aprire basi nella Nuova Europa, ovvero nell’Europa Orientale che apparteneva al sistema d’influenza dell’ex URSS (come i Paesi baltici, la Bulgaria, la Romania, la Cecoslovacchia e la Polonia, che sono stati acquisiti nell’ambito della NATO), ma senza le caratteristiche di stanzialità permanente proprie delle vecchie basi come Vicenza. Questi nuovi paesi alleati non vogliono neanche sentire parlare del loro passato di appartenenza all’URSS o al Patto di Varsavia, oggi sono decisamente contro il sistema russo e sono i più aspri e determinati nell’orientare gli Americani e la NATO contro la cooperazione con la Russia.
Quindi, questa nuova Europa, sulla quale sta contando molto la politica statunitense di oggi, è un’ Europa che rompe con la vecchia Europa; non favorisce l’ unità, non fa gli stessi interessi di tutti e lo vediamo nelle discussioni nell’ambito dell’Unione Europea e della stessa Nato. Eppure, questi paesi che invocano la fermezza e le armi degli americani non sono propensi ad ospitare le basi permanenti. Le basi che si stanno allestendo in due paesi fondamentali, Bulgaria e Romania che hanno già dato il consenso parlamentare, sono basi transitorie, che rimangono sotto la sovranità nazionale Bulgara e Rumena, e che vengono poi "affittate" alle truppe degli Stati Uniti che si avvicendano per brevi periodi. Sono basi nazionali che "possono" ospitare soldati degli Stati Uniti.
In sostanza, le basi vere, come quella di Vicenza, dall’altra parte dell’Europa non ci sono ancora. La stessa base americana in Kosovo, Bondsteel, costata un miliardo di dollari e costruita per ospitare 7 mila soldati e che oggi ne tiene millecento, è una base transitoria.
Le basi che vengono aperte in questa Nuova Europa non sono dunque vere basi stanziali e non comprendono la possibilità di sistemare le famiglie, come quelle presenti in Germania e in Italia. Ed anche in questo fenomeno ha avuto una parte determinante la paura, accompagnata dall’incapacità di usare altri sistemi. Di fatto, tra vecchie basi di guerra e nuove basi transitorie, tra operazioni di guerra e di cosiddetto peacekeeping si è militarizzata un’area del mondo racchiusa in un arco dove si sovrappongono i rischi e le minacce, vere o enfatizzate, e le nostre paure, spontanee o provocate. In questo arco, è compreso il 95% di tutte le forze militari e di polizia del mondo, non solo americane, ma anche russe, europee, cinesi, mediorientali, ecc. Nel resto del mondo non c’è questa presenza militare. E Vicenza? Ho elaborato questa constatazione da almeno un anno e prima di condividerla con voi ho controllato: Vicenza è esattamente al centro di questo arco. Si spiega quindi perché chi è ancora legato a logiche geometriche di spiegamento globale pensa che Vicenza sia necessaria, oggi più di ieri. In realtà Vicenza è al centro ma i rischi maggiori non stanno vicino a Vicenza, ma alle periferie dell’arco. Il Generale Jones (comandante strategico delle forze statunitensi in Europa, nonché comandante supremo della NATO) ha chiaramente indicato che la priorità delle forze americane in Europa e quindi quella dell’Alleanza Altlantica è nel Medio Oriente "allargato" o nel grande Medio Oriente, ovvero in quell’area che parte da Israele e arriva fino al Pakistan. Il centro dell’attenzione è lì e Vicenza non è più vicina di una qualsiasi base turca.
Il fatto, quindi, che le basi siano ancora in Europa, e Vicenza sia il fulcro militare perchè al centro dell’Europa, è anacronistico, è strategicamente irrilevante.
9. La SETAF

A Vicenza però c’è già la SETAF e questo può sembrare un motivo valido per ampliare l’attuale base. Ma vediamo cosa c’è veramente e a che cosa serviva e a cosa serve questa unità militare. La SETAF, abbreviazione di South Eastern Europe Task Force, il cui comando oggi si trova a Vicenza, è stata fondata nel 1955 a Livorno (Camp Darby), poi è stata trasferita a Verona nella caserma Passalacqua e successivamente (1959) a Vicenza. All’inizio era un comando di pianificazione senza unità operative alle dirette dipendenze. Nel 1972 assume il controllo di due battaglioni di artiglieria dislocati in Grecia e Turchia e nel 1973 assume il comando della prima unità aeroportata: il 3° battaglione del 325° Reggimento Airborne rinforzato da una batteria di artiglieria. Per tutta la guerra fredda la SETAF è una forza d’intervento per il sud Europa perché nel resto dell’Europa che contava c’erano le divisioni corazzate nostre e tedesche a provvedere alla difesa. Il sud Europa era considerato meno importante dal punto di vista strategico e per le eventuali emergenze si riteneva sufficiente giusto un battaglione: quello della SETAF appunto. Per quasi 50 anni, per tutta la guerra fredda, fino al 1992, la SETAF è stata poco più di un comando logistico ed è andata avanti con un battaglioncino. Il comando aveva più impegni per la banda e per i concerti che per le emergenze belliche. Con la fine della Guerra Fredda e la dissoluzione del blocco sovietico, improvvisamente sono aumentate le esigenze di intervento e si assiste dal 1991 allo sviluppo esponenziale delle operazioni nell’area di responsabilità del comando statunitense in Europa. Nel 1991 la SETAF viene inviata in IRAQ con un solo battaglione per l’operazione Provide Comfort, poi nel 1994 viene costituito un Comando di Brigata Aerotrasporta di pronto intervento e mandato ad Entebbe (Africa). Nel 1995 interviene in Bosnia. Il 3° batt. del 325° Reg. che era di stanza a Vicenza dal 1973, diventa il 1° della 508a(solo cambio di nome). Poi la SETAF nel 1996 viene mandata in Croazia e Liberia (Africa). Nel 2000 assume il nome della 173a Brigata Aeroportata. Nel 2001 viene riattivato il 2° battagliore del 503° reggimento (Rock) ed assegnato alla 173a a Vicenza. In questa base, quindi, ci sono due battaglioni che nel 2003 vengono inviati in IRAQ e dipendono da un comando che ha preso il nome e il numero di una famosissima brigata americana, pluridecorata e di grande prestigio. A Vicenza si è perciò stanziata la brigata aeroportata di punta degli Stati Unti, come storia e prestigio. Nel 2003, in Iraq, è la 173a ad effettuare il primo e unico aviolancio in zona di guerra dal secondo dopoguerra: vengono lanciati 1.000 uomini, che occupano immediatamente i pozzi di petrolio del Kurdistan iracheno. Sempre nel 2003 la brigata viene mandata in Liberia: le truppe di Vicenza vengono mandate in tutta l’area di responsabilità del Comando statunitense in Europa. Nel 2006 la 173a si trasforma di nuovo: non è più una brigata di fanteria aereo trasportata ma diventa un Airborne Combat Team (ABCT). E’ un gruppo di combattimento di livello brigata, quindi complesso e autosufficiente, aereo trasportato. E’ una trasformazione importantissima che rende la 173a una delle più potenti e mobili unità americane (seconda soltanto alla 82a Divisione aereo trasportata), per capacità di intervento, per prontezza, per mezzi da dispiegare e rapidità di intervento. Nel 2006 la trasformazione prevede che la 173a abbia 4 battaglioni in Germania (3 a Bamberg - uno di supporto, uno di artiglieria e uno truppe speciali - e 1 a Schweinfurt di cavalleria esplorante) e due battaglioni paracadustisti in Italia. Nel frattempo la separazione dei reparti non impedisce che le truppe vengano impiegate in tutto il mondo e in operazioni ad alto rischio. Ad esempio proprio nel luglio di quest’anno (2008) un plotone di 45 uomini della 173a è caduto in un’imboscata in Afganistan: sono morti 9 militari e 16 sono rimasti feriti. E’ stata la più grave perdita subita dagli americani in Afghanistan. Basta entrare nel sito internet di You Tube per vedere i filmati girati dagli stessi soldati della 173a e rendersi conto di che armi hanno, come e contro chi le usano. La nuova caserma dell’area Dal Molin ha appunto lo scopo di dislocare in una sola sede la 173a Brigata riunendo i 4 battaglioni che oggi sono in Germania e i due che sono già a Vicenza.
10. La nuova base Dal Molin
È prevedibile quindi che la nuova base Dal Molin servirà ad ospitare la componente operativa della 173a Brigata mentre alla Ederle rimarranno gli altri supporti, come la compagnia di Polizia Militare, il battaglione trasporti ed in particolare il 509° battaglione trasmissioni: un battaglione storico della SETAF che ha sempre realizzato comunicazioni operative di alto livello.
Le 6 componenti fondamentali della brigata, comprendono circa 3.300 persone. Considerando che due battaglioni sono già qui (1.500 uomini), quelli che dovranno venire sono all’incirca di 1.800 persone. Contando il personale del comando brigata si arriva a quasi 4.100 persone incluse soltanto nella parte operativa. Considerando anche il personale per il supporto logistico e operativo si può ipotizzare un minimo di 5.000 soldati, maschi e femmine. Oltre a questi, occorre tener conto dei familiari e del personale civile. Attualmente nella base di Vicenza lavorano 7/800 civili, secondo una percentuale abbastanza omogenea per tutta l’Europa. Nelle basi militari lavorano infatti circa 11.000 civili americani e 11.000 civili nazionali.
La costruzione della nuova base non è perciò un impegno di poco conto e lo stesso spostamento di molti militari dalla Germania porterà nuovi problemi alle famiglie mentre non aggiungerà alcun vantaggio operativo: Vicenza è equidistante (quindi lontana) dalle periferie calde e non è sufficientemente vicina neppure alle zone sensibili del Medioriente e del Caucaso perché possa costituire un deterrente credibile. Non è neppure plausibile e strategicamente corretto che la base serva a concentrare le forze in un sol luogo per migliorare la comandabilità della brigata, la prontezza operativa o la sicurezza. Il teatro di guerra afgano è comandato dalla Florida, i velivoli senza pilota Predator impiegati in Iraq sono diretti dalla Virginia e, in genere, la sicurezza fisica si ottiene con la dispersione e non con il concentramento in qualche fortino dislocato al centro di una città d’arte facilmente individuabile e bombardabile. Dopo aver visto la strada e il traffico di Vicenza dalla Ederle al Dal Molin sono anche fortemente convinto che per il comandante della 173a sia molto più semplice andare a rapporto in una base in Germania che superare i sei chilometri di traffico vicentino. Senza contare i disagi e i problemi della brigata per raggiungere Aviano ogni volta che si deve prendere un aereo. Sul piano operativo la nuova base sembra perciò rispondere esclusivamente ad un concetto di concentrazione dei comandi e delle truppe ormai superato e che gli Stati Uniti non attuano neppure nella nuova Europa o nelle stesse operazioni in corso. Ma anche sul piano politico/strategico la nuova base riflette una strategia delle basi anacronistica.
11. La strategia delle basi
La strategia delle basi adottata subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, al di là e in molti casi a prescindere dalle motivazioni tecniche ed operative, serviva a:
• Garantire la presenza delle forze militari sul territorio o l’occupazione. La presenza nel paese amico e l’occupazione in quello sconfitto. La Germania è stata occupata fino al 1955, l’Italia alla fine della guerra non era più nemica, ma comunque per un periodo è stata occupata. Ora, c’è ancora bisogno che gli Americani occupino l’Italia o l’Europa? O che siano costretti ad essere presenti sul territorio europeo per la propria e nostra sicurezza? Io ritengo di no.Vi farò vedere quante forze militari europee sono presenti in Europa, poi valuterete se è necessario avere altre forze dislocate in armi in Europa.
• Proteggere e favorire la penetrazione politica ed economica. Ma è ancora necessaria la minaccia delle armi per imporre la propria politica in paesi che sono alleati o amici? Non dovrebbe essere.
• Il controllo è uno degli elementi fondamentali della strategia delle basi. Significa esercitare il controllo sul territorio in modo che gli interessi nazionali siano salvaguardati, soprattutto quelli relativi alla sicurezza nazionale, ovviamente degli Stati Uniti. Non so quanta sicurezza sia fornita dalle basi ma dal dopoguerra l’Italia è ritenuta uno dei maggiori contribuenti alla sicurezza degli Stati Uniti, soltanto per le basi che abbiamo! Secondo l’annuale Rapporto al Congresso da parte del Pentagono dal titolo “Contributo dei paesi stranieri alla sicurezza degli Stati Uniti”, siamo tra i maggiori fornitori di sicurezza degli Stati Uniti, esclusivamente per le basi. Questo contributo è stato valutato in centinaia di milioni di dollari. In un articolo pubblicato da Limes nel 2003, sostenevo che se questo contributo è effettivo dovremmo farlo valere e chiedere qualcosa in cambio. Sostenevo che noi siamo troppo acquiescenti con gli Stati Uniti, mentre essi hanno bisogno di alleati sinceri, che si fanno sentire, che dicono loro cosa pensano. Se noi siamo indispensabili agli Stati Uniti per la loro sicurezza dobbiamo sfruttare questa posizione in primo luogo facendo valere la nostra sovranità. E non il contrario.
• Proiezione avanzata. Questa era una delle grandi motivazioni della strategia delle basi: le basi dovevano permettere di raggiungere i "posti caldi" nel minor tempo possibile. Oggi però i "posti caldi" sono lontani come minimo 5.000 Km da Vicenza e noi non siamo più sulla linea di confine con questi posti. Ad una brigata aero-trasportata, come quella di stanza a Vicenza servono come minimo 24 ore di preavviso per iniziare a partire. Qualche mese fa, in 24 ore la Georgia ha invaso l’Ossezia, la Russia ha invaso la Georgia e l’Ossezia, portando il mondo sull’orlo della guerra fredda: in meno di 24 ore. Dal momento in cui a Putin, che stava alle Olimpiadi cinesi, hanno detto che stava succedendo qualcosa in Ossezia al momento di precipitarsi sul terreno del combattimento per prendere la direzione delle operazioni, sono passate meno di 24 ore. Oggi partire in 24 ore e intervenire dopo 24 ore non è più una cosa da prima linea! Ma da seconda, terza linea. Quindi la proiezione avanzata per le aree di crisi non si esercita più da Vicenza, anche se i miei amici americani con saranno d’accordo.
• Deterrenza. Significa che se abbiamo le forze qui, possiamo fare da deterrente a chi
ci vuole attaccare o vuole attaccare qualche altro paese a noi vicino. La deterrenza non
è però solo questione di distanza, bisogna che la reazione sia certa e credibile. Avere
le forze di deterrenza a Vicenza non ha impedito le tragedie dei Balcani. Non ha impedito al presidente della Georgia di mettersi alla testa di 200 carri armati e attaccare l’Ossezia e alla Russia di rispondere invadendo l’Ossezia e la Georgia. La deterrenza non è solo un fatto di forza militare ma soprattutto un fatto di credibilità politica: oggi, in queste condizioni, la credibilità politica americana non si esercita da Vicenza.
• Rassicurazione. Le basi dovevano servire a rassicurare le popolazioni locali, a dar loro la sicurezza che le crisi potevano essere gestite, anche quelle più gravi. Bene, oggi voi rappresentate la popolazione locale: un’altra base militare a Vicenza vi rassicura?
• Investimenti. Anche questo è un argomento spesso tirato in ballo. Ma siamo ancora a questo livello! Oggi come paesi europei ricchi ed evoluti non possiamo più né pretendere né contare sugli aiuti stranieri, né dire che abbiamo bisogno degli investimenti stranieri. Le basi militari devono essere valutate soltanto in termini di sicurezza e bisognerebbe finirla di utilizzare il pretesto dei vantaggi economici. Ho visto che quando e dove sono state chiuse le basi militari chi ci ha rimesso non è stata mai l’economia della zona: ci hanno rimesso soltanto alcuni bar e trattorie. E non è la stessa cosa. In molti casi è invece successo che, una volta tolto il paravento dell’indotto militare, l’economia vera si è risvegliata: quella autogena e duratura che genera ricchezza vera e non parassitaria.
Questi che sono stati i fondamenti della strategia delle basi americane in Europa e nel resto del mondo, oggi non sono più validi e integri. Ecco perché la strategia è fessa nel senso di fratturata e inconcludente. D’altra parte, sembra evidente che gli Stati Uniti si siano accorti da tempo di questa grande “fesseria” strategica. E’ perciò legittimo il dubbio che l’insistenza sull’apertura di una nuova base a Vicenza non sia il frutto di un ragionamento e neppure dell’applicazione di una strategia sbagliata. Il dubbio è che dietro ci sia soltanto una burocrazia lenta che sta cercando di attuare oggi ciò che era giustificabile venti anni or sono. Invito a considerare questi pochi dati: durante la Guerra fredda i soldati americani dislocati in Europa erano 213.000, oggi sono 65.000. C’è stata una forte riduzione di militari statunitensi in Europa, anche se a fronte di questa riduzione di forze stanziali in Europa sono stati impiegati 150.000 uomini in Iraq e altri 30.000 in Afghanistan, il che significa che le forze che vengono parzialmente alimentate dall’Europa sono immutate numericamente ma dislocate in corrispondenza dei teatri operativi. Oggi ci sono 259 installazioni USA concentrate in 5 paesi europei; la Francia, per esempio non ha neanche una base statunitense. Gli Stati Uniti sono ora l’unica potenza al mondo a dislocare armi nucleari in paesi esteri, ovviamente non regalandole ai paesi ospitanti ma tenendole sotto il proprio controllo. Ci sarebbero 480 testate nucleari tattiche nei depositi di 8 basi aeree USA in 6 paesi europei, come risulta da un rapporto presentato al Parlamento europeo da una commissione parlamentare. 150 di questi ordigni si troverebbero in Germania, 20 a Buchel e 130 a Ramstein, la grande base aerea.
La cosiddetta Nuova Europa, come già detto, ha messo a disposizione alcune basi locali che tuttavia non consentono la permanenza delle famiglie. In ogni caso, il contingente massimo ospitabile dalla Bulgaria è di 2.500 soldati americani e quello della Romania di 3.000. Numeri ben lontani dal limite di 10.000 uomini consentiti in Italia nel dopoguerra e mai rispettato. Nei Balcani sono presenti solo basi temporanee e per giunta occupate ben al di sotto della loro capacità come quelle in Bosnia, Kosovo e Macedonia. Quindi se negli ultimi anni la presenza militare americana in Europa è stata adeguata alle nuove esigenze di sostegno agli interventi armati nei teatri di crisi orientali e africani riducendo le basi stanziali e aumentando le truppe impiegate nei teatri di crisi è evidente che gli interessi degli Stati Uniti seguono una politica diversa da quella perseguita con la vecchia strategia delle basi in Europa. E’ anche evidente che nella scelta delle opzioni disponibili contano esclusivamente gli interessi americani e non quelli degli alleati. Va sicuramente riconosciuto che alcuni di tali interessi possono coincidere, ma sempre nell’ottica dell’interesse prioritario americano. Questo dunque rafforza la convinzione che la vecchia strategia delle basi alla quale si ispira la costruzione del Dal Molin non è più valida e che la nuova priorità della politica e degli interessi militari degli Stati Uniti sta altrove e con altri metodi, come le basi operative transitorie e le piattaforme avanzate.
12. L’Europa militare
Siccome stiamo parlando di basi militari americane in Europa e siccome l’Europa non è una zona franca o demilitarizzata o un buco nero geopolitico, rimane infine da considerare perché gli Stati Uniti si sentano costretti a contare solo sulla propria forza militare. L’Europa è piena di forze armate.
Come si vede nello schema, ci sono ben 1.887.668 (colonna 1) effettivi in armi nell’ambito dell’Unione Europea. La Russia ne conta 1.027.000 e gli Stati Uniti 1.546.372. Vale a dire che l’Unione Europea dispone di 860.688 effettivi in più della Russia e 341.316 in più degli Stati Uniti. E fatichiamo a mettere assieme trecento uomini da mandare in Macedonia. E 4 paesi da soli (Gran Bretagna, Germania. Francia e Italia), su 27, rappresentano il 70% delle spese totali per la difesa. Per quanto riguarda invece i carri armati (colonna 3) l’Unione Europea ne possiede 12.352, la Russia 8.023 e gli Stati Uniti 8.000. L’Unione Europea ne ha 4.329 in più della Russia e 4.352 in più degli Stati Uniti. Navi e sommergibili da battaglia: l’Unione Europea (colonna 4) ne ha 207 in più della Russia e 98 in più degli Stati Uniti. Aerei da combattimento: l’Unione Europea (colonna 5) ne ha 799 in più della Russia e appena 58 in meno degli Stati Uniti. Aerei militari da trasporto a lungo raggio: l’Unione Europea ne ha 562 in più della Russia e 310 in più degli Stati Uniti. E quando trasportiamo i nostri soldati in Afghanistan noleggiamo i charter della Globe Air Ways o gli aerei dell’Ucraina. Vergognoso!
Il fatto è che l’Unione Europea ha rinunciato all’esercizio dell’HARD POWER senza avere il coraggio di ridurre di un solo uomo i propri eserciti e di un solo centesimo il budget militare complessivo. Non ha ancora trovato il tempo e il modo di dare vita ad un esercito europeo che possa assolvere le missioni d’interesse comune essenzialmente perché non ha ancora saputo esprimere una politica estera e di sicurezza impostata sull’interesse comune. Per questo, nonostante le enormi spese e gli apparati elefantiaci e ridondanti non è in grado di produrre sicurezza militare da sola e non vuole contribuire seriamente a quella statunitense. Inoltre, mentre è reticente nell’esercizio dell’Hard Power, l’Europa si appella al SOFT POWER soltanto come giustificazione per non agire. Non assume iniziative concrete e credibili e si perde nei bizantinismi. Per questo gli Stati Uniti l’accusano di debolezza e i paesi della Nuova Europa, nonostante non contribuiscano in modo significativo alla sicurezza collettiva, si sentono autorizzati a criticare i paesi della Vecchia, colpevoli secondo loro di non essere abbastanza aggressivi o abbastanza servi degli Stati Uniti. In una tale situazione l’Europa non influisce sulle scelte strategiche e sta lasciando soli gli Stati Uniti, che, nell’attuale condizione di terrore psicologico, sono estremamente vulnerabili proprio perché possono essere amministrati, gestiti e sfidati da persone che fanno leva sulla loro paura. L’Europa da tempo ha lasciato la NATO nelle mani degli Stati Uniti e ora la sta lasciando nelle mani della cosiddetta Nuova Europa che però è soltanto anti-russa e quindi opposta alla pacificazione dell’Europa stessa. Di fatto oggi l’Europa sta alimentando la voglia di quegli americani (e non solo) che sognano il ritorno della guerra fredda. Il nuovo scontro che molti vorrebbero non sarebbe soltanto tra blocchi politici ma tra le idee, le ideologie e le religioni arrivando a comprendere lo stesso Islam come blocco ulteriore per una nuova contrapposizione globale. Questa è la tendenza e non è affatto rassicurante.
13. Conclusioni
- Lavorare per un nuovo approccio di Cooperazione internazionale che superi le logiche dell’Occupazione post-bellica e della Guerra Fredda.
- Investire in Persuasione.
- Ripristinare la Sovranità degli Stati e affidare a Organismi Sovranazionali la regolazione della Sicurezza Regionale e Globale agendo in ordine con la Politica, la Diplomazia, l’Economia e la Forza militare.
- Nessuno può agire da solo.
- Cambiare paradigma: Non e giusto ciò che è potente, ma è potente ciò che è giusto.
- Superare la Paura e costruire la Conoscenza .
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Tuttavia esiste un’alternativa a questo trend. Dovremmo lavorare su un nuovo approccio di cooperazione internazionale, un approccio che superi le logiche sia dell’occupazione post bellica, sia della guerra fredda. Bisogna investire di più in persuasione e rispetto reciproco. Ciò significa ripristinare la sovranità degli stati è affidare alle organizzazioni internazionali, eventualmente, la regolazione della sicurezza regionale e globale. Bisogna agire, nell’ordine, prima con la politica, poi con la diplomazia e con l’economia e, alla fine, con la forza militare. Può essere una successione molto rapida e a volte l’azione militare diventa necessaria già nelle fasi iniziali della crisi, ma la successione delle diverse azioni e dei diversi strumenti deve comunque essere rispettata se non si vuole perpetuare la baggianata della guerra preventiva, che invece di prevenire anticipa la guerra e di fatto la rende inevitabile. Per questo l’idea della guerra preventiva è un elemento dirompente per la sicurezza e un insulto alla strategia pura. Occorre anche ribadire che in un mondo globalizzato e interconnesso nessuno può agire da solo e nessuno può pensare di risolvere tutto con il solo strumento della forza. Bisogna perciò cambiare il paradigma fondamentale della convivenza internazionale e della vita stessa: non è giusto ciò che è potente, per il solo fatto di essere potente; ma è potente ciò che è giusto! Dobbiamo infine superare la paura che ci annebbia la mente e non ci permette di vedere e agire con serenità. Quella paura che impedisce di vedere tutti gli aspetti di un problema e di valutare tutte le soluzioni possibili. Quella paura che ancora oggi anima chi vorrebbe continuare a costruire e ampliare le basi militari, le fortezze, le muraglie e i reticolati.
E c’è un solo modo per sconfiggere la paura: la conoscenza. Sono certo che se i responsabili degli Stati Uniti del Pentagono fossero a conoscenza della capacità europea di provvedere alla sicurezza regionale e con l’uso oculato del soft power e, se necessario, della forza: se fossero a conoscenza delle ragioni che animano la gente di Vicenza nei riguardi della base e se sapessero che una consultazione democratica libera e plebiscitaria si oppone a questo progetto nato già vecchio, ci penserebbero bene prima di procedere. Gli Stati Uniti hanno una considerazione ben diversa dalla nostra delle consultazioni popolari e della democrazia diretta e penso che la manifestazione serena, pacifica e responsabile di una volontà popolare sarebbe apprezzata molto di più a Washington di quanto non ci si possa aspettare dai nostri governanti. Vi ringrazio per l’attenzione e per la possibilità che mi avete dato di condividere informazioni e valutazioni che vi possono essere utili.
(La registrazione della relazione del Gen. Mini è stata curata dal Coordinamento dei Comitatial quale si può richiedere il testo sotto forma di opuscolo, completo delle slides utilizzate dal Generale per la sua presentazione. Scrivere a:
info@coordinamentocomitati.it).
Per vedere il video completo della conferenza:
LINK:
http://www.coordinamentocomitati.it/Convegno_080919.aspx
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